Vittorio Foa è morto nella sua casa di Formia (Latina), aveva 98 anni. Coscienza critica della sinistra ha fino all’ultimo lottato per la causa del riformismo. La sua vita è stata interamente dedicata alla causa della libertà e della democrazia, prima come antifascista, poi come studioso, sindacalista e politico. Il suo primo insegnamento è stato quello di lottare sempre per le cause in cui si crede. Lui lo fece contro il Fascimo, rimanendo 8 anni in carcere. La notizia è stata divulgata, d’intesa con la famiglia, dal segretario del Partito democratico Walter Veltroni, amico di vecchia data di Foa. «È un immenso dolore per noi, per il popolo italiano, è un immenso dolore – afferma Veltroni in una nota – per gli italiani che credono nei valori di democrazia e libertà, per l’Italia che lavora, per il sindacato a cui Vittorio Foa ha dedicato la parte più importante della sua vita». «È un dolore per me personalmente – prosegue Veltroni – perché Vittorio Foa incarnava ai miei occhi il modello del militante della democrazia, un uomo con una meravigliosa storia di sofferenza, di lotta e di speranza, un uomo della sinistra e della democrazia, mosso da un ottimismo contagioso e da un elevatissimo disinteresse personale». Tutto il mondo politico e culturale si sente più solo. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esprime «profonda commozione personale» per la scomparsa di Vittorio Foa, che «è stato senza alcun dubbio una delle figure di maggiore integrità e spessore intellettuale e morale della politica e del sindacalismo italiano del Novecento».
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80102
«Patong. La grande scultura dei popoli del Borneo». Sono in totale 36 le opere di grande valore etnografico e artistico provenienti dalle più importanti collezioni del mondo esposte alle Scuderie di Villa Borromeo D’Adda di Arcore fino al 15 febbraio. Realizzate a cavallo tra Ottocento e Novecento da scultori di gruppi etnici diversi del Borneo centrale e meridionale e provenienti dalle Collezioni del Museo delle Culture di Lugano, un cospicuo gruppo che fanno parte della raccolta dell’artista ticinese Serge Brignoni, costituita da circa 650 elementi, provenienti per lo più dall’Oceania e dall’Indonesia, raccolti a partire degli anni Venti e donati al Museo di Lugano dal 1985. Per la prima volta il pubblico italiano potrà ammirare queste sculture dal carattere primitivo grazie a Paolo Maiullari, curatore della rassegna e a Gina Abbati che scritto alcuni brani critici e storici del catalogo (ne esiste uno anche per ragazzi) che accompagna la mostra edito da Mazzotta, insieme ad altri specialisti del settore. A dare un forte contributo all’iniziativa oltre al Comune di Arcore, la Fondazione Mazzotta di Milano, La Regione Lombardia, le Province di Monza e Brianza, quella del capoluogo lombardo. La manifestazione si è avvalsa anche del Patrocinio per i Beni e le Attività Culturali. Le sculture erano definite in senso generico «patong» in «bahasa» Indonesia, «patung», in quanto si trattava di ritratti di spiriti ancestrale o divinità della natura, realizzati in occasione di un membro del villaggio o per commemorare la cattura di un nemico in battaglia.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=298477
È vero. Lascia il lavoro per amore. Lo sbalordimento, l’incredulità e l’ironia feroce di cui è bersaglio sono la misura esatta – millimetrica – dell’arretratezza culturale in cui siamo immersi fino a non accorgercene più, il segno preciso del pensiero dominante che ci istupidisce e che ci assorda. Un uomo non lascia la carriera, la politica, il potere per la famiglia. Non è possibile. Ci dev’essere dell’altro. È una scusa. Saranno i sondaggi. Sarà il partito che lo boicotta. Sarà la paura di perdere. Invece no. È Edoardo. Non ci credete? Poveri voi. Poveracci, proprio. Non avete capito niente della vita. «Guardalo». Sergio Cofferati accende lo schermo del suo telefonino: compare la foto di suo figlio Edoardo, un anno a novembre. «Non è venuto molto bene qui però». Certo, non vengono mai bene i neonati nei telefonini. Le persone amate sono sempre – sempre – «più belle di così». Il sindaco sorride, guarda ancora la foto. «È molto sveglio». La folla intorno lo chiama: lui non sente, non risponde. Edoardo ha avuto un po’ di febbre, di recente. Niente di grave. Lui non c’era però, gli è dispiaciuto non esserci: molto. Si è preoccupato. Si è sentito in colpa. «Avere un figlio alla mia età è un dono della vita. Un’altra opportunità che arriva come un regalo, non capita a tutti la seconda occasione di mettere a fuoco quel che passa e quel che resta, è una fortuna.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=79795
Dopo sedici anni di attività universitaria come preside di Medicina Luigi Frati – con 2220 voti, pari al 53 per cento – passa al comando dell’ateneo più grande d’Europa, l’Università La Sapienza. «Per me contano meritocrazia, ricerca e qualità della ricerca e da oggi anche internazionalizzazione: meno parentopoli, nepotismo e clientelismo», dice subito dopo l’elezione, al termine di un brindisi con il rettore uscente Renato Guarini. Congratulazioni professor Frati, sta festeggiando?«Non abbiamo tempo per festeggiare. È stata una bella avventura. Per la prima volta è stata un’elezione per la poltrona di rettore diversa dal passato. Sono stato eletto con i due terzi dei voti del personale tecnico-amministrativo, i due terzi degli studenti e solo con il 51 per cento dei voti dei docenti». Che rettore sarà? «Ho detto che sarei stato un rettore di quelli che vivono in università, non di quelli che ci capitano ogni tanto. Sarò assolutamente apartitico, forse non si può dire lo stesso per gli altri candidati. La mia sarà una squadra di governo snella, con al massimo cinque pro-rettori scelti per competenza».Visto che lei sarà il primo rettore non di sinistra dai tempi di Vaccaro (eletto nel 1973, ndr), che rapporto avrà con la politica?«Cercherò di instaurare con il governo un dialogo positivo, anche su temi conflittuali. Per esempio riguardo ai finanziamenti tagliati dal decreto legge 112.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295565
Scritte ingiuriose contro Marian, il ragazzino romeno morto alcuni giorni fa nell’incendio scoppiato nell’ex area Falck, sono comparse sui muri di Sesto San Giovanni. Immediatamente il sindaco Giorgio Oldrini ha dato ordine di cancellarle. «Esprimo indignazione e dolore – le parole del primo cittadino – per l’apparire di parole spietate e offensive verso il povero ragazzo che ha perso la vita tra le fiamme e verso la comunità dei romeni. Scritte contrarie anche alle tradizioni di una città come Sesto san Giovanni che nella sua storia ha fatto dell’accoglienza e della costruzione di un futuro condiviso da persone provenienti prima da ogni parte d’Italia, oggi dai cinque continenti, la sua stessa identità». Le infami scritte («Bruciate! Ancora») accompagnate da altri insulti, sono comparse nella zona di via Trento sul muro esterno dello stabilimento Falck-Vulcano. «Il razzismo – aggiunge Oldrini – deve essere estraneo a una città in cui si lavora e si vive insieme, in cui i matrimoni misti sono cresciuti rapidamente, dove i bambini di ogni nazionalità frequentano le stesse scuole e giocano nelle stesse squadre».
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=295535